sabato 25 luglio 2020

Segrete preziose sorprese

Uovo con Cigno (1886)
Poco prima della Pasqua del 1885 lo Zar Alessandro III (padre dell’ultimo Zar Nicola II) commissionò a Fabergé un uovo di Pasqua ingioiellato come dono per sua moglie Maria Feodorovna. L’uovo, un guscio in smalto bianco, si apriva rivelando al suo interno un tuorlo d’oro, che a sua volta conteneva la miniatura di una gallina d’oro con occhi di rubino. La zarina ne fu incantata e Alessandro III decise di nominare Fabergé gioielliere ufficiale della Corte Imperiale. La tradizione  continuò con Nicola II fino alla Rivoluzione e alla esecuzione sommaria della famiglia Romanov.

Dopo la Rivoluzione le uova imperiali furono vendute per fare cassa: alcune oggi fanno parte di collezioni private, tre sono di proprietà della Regina Elisabetta, altre si trovano nei musei e altre 7 non sono ancora state individuate e nessuno ne conosce l'aspetto.

Delle sette uova Fabergé non ancora individuate si conservano solo i nomi nei contratti dell'archivio della Maison: Uovo con cigno e pendente di smeraldo (1886), Uovo sul cocchio con cherubino (1888), Uovo Necessaire (1889), Uovo Malva (1897), Uovo di Nefrite (1902), Uovo reale danese (1903), Uovo in memoria di Alessandro III (1907). 

giovedì 23 luglio 2020

Memoria

René Magritte - Memoria
La mente è così chiamata in quanto parte eminente dell’anima, ovvero in quanto meminit, cioè ricorda. In tal senso, anche gli smemorati sono amentes, privi di mente. Il nome mente, dunque, non designa l’anima, ma ciò che nell’anima eccelle, quasi ne fosse il capo o l’occhio. Per questo lo stesso essere umano è detto immagine di Dio secondo la mente. D’altra parte, tutte queste facoltà sono unite all’anima in modo da essere una cosa sola. L’anima, infatti, ha preso differenti nomi, a seconda del risultato delle proprie differenti funzioni. Anche la memoria, infatti, è mente, donde il fatto che anche gli smemorati siano detti amentes, privi di mente.

[Isidoro di Siviglia, Etimologie o Origini, XI, I, 633 A.D.]


venerdì 17 luglio 2020

Eleven

She rose slowly, paused, and gestured high.
"That shall be the Tongue," she said, and a draft stirred one of the mobiles causing it to produce many tones.
She crossed the studio to the righthand wall--small figure in gray and green, chestnut hair down to the middle of her back--and ran her fingers lightly over the sculpted figure that stood there. Finally, selecting a broad-faced statue with a narrow torso, she began pushing it toward the center of the room. I was on my feet and moving in an instant.

"Let me do that for you, Your Highness."
She shook her head.
"Call me Vialle," she said. "And no, I must position them myself. This one is named Memory."

She placed it below and somewhat to the northwest of the Tongue. Then she moved to a knot of figures and selected a thin one with slightly parted lips, which she placed to the south on Tongue's compass.
"And this is Desire," she stated. Quickly locating a third-a tall, squinting figure-she placed it to the northeast.
"Caution," she went on.
A lady, her right hand boldly extended, went to the west.
"Risk," she continued.
To the east she positioned another lady, both arms spread wide.
"Heart," she said.
To the southwest went a high-domed, shaggy-browed philosopher. "Head," she said.
...And to the southeast a smiling lady-impossible to say whether her hand was raised in greeting or to deliver a blow.
"Chance," she finished, fitting her into the circle which had come to remind me both of Stonehenge and of Easter Island.

"Bring two chairs," she said, "and place them here and here,"
She indicated positions to the north and south of her circle.
I did as she'd said, and she seated herself in the northern-most chair, behind a final figure she had placed: Foresight. I took my place back of Desire.
"Be silent now," she instructed

Then she sat still, hands in her lap, for several minutes.
Finally, "At the deepest level," she said, "what threatens the peace?"
From my left, Caution seemed to speak, though the Tongue chimed his words overhead.
"A redistribution of ancient powers," he said.
"In what manner?"
"That which was hidden becomes known and is moved about" answered Risk.
"Are both Amber and the Courts involved?"
"Indeed," answered Desire, from before me.
"Ancient powers," she said. "How ancient?"
"Before there was an Amber, they were," stated Memory.
"Before there was a Jewel of Judgement--the Eye of the Serpent?"
"No," Memory responded.
She drew a sudden breath.
"Their number?" she said.
"Eleven," Memory replied.
She grew pale at that, but I held my silence as she had instructed.
"Those responsible for this stirring of ashes," she said then, "what do they wish?"
"A return to the glory of days gone by," Desire stated.
"Could this end be realized?"
"Yes," Foresight replied.
"Could it be averted?"
"Yes," said Foresight.
"At peril," Caution added.

[Roger Zelazny, The Salesman's Tale, 1994]

giovedì 16 luglio 2020

Qui il tempo di tramuta in spazio

PARSIFAL: Mi muovo solo di poco, eppure già mi sembra di essere andato lontano.

GURNEMANZ: Vedi, figliolo, qui il tempo si tramuta in spazio.






(L'intero paesaggio si fa indistinto, una foresta svanisce e compare una parete di nuda roccia, attraverso cui si scorge una porta. I due uomini attraversano la porta. Cosa ne è stato della foresta? I due uomini non si sono mossi in realtà; non sono andati da nessuna parte, eppure non sono più dove erano inizialmente. Qui il tempo si tramuta in spazio. Wagner iniziò il Parsifal nel 1845. Morì nel 1873, molto tempo prima che Hermann Minkowski postulasse uno spazio a quattro dimensioni [1908]. Le fonti del Parsifal consistevano in leggende celtiche, e nelle ricerche di Wagner sul buddismo, per la sua opera mai scritta su Buddha, che doveva essere chiamata I vincitori [Die Sieger]. Dove trovò Richard Wagner l'idea che il tempo possa essere tramutato in spazio?)
E se il tempo può essere tramutato in spazio, lo spazio può essere tramutato in tempo?

[Philip K. Dick, Valis, 3, 1981]

Parsifal: "Qui il tempo si trasforma in spazio". E' questo che ho visto nel 3-74? Il tempo era rotolato all'indietro, o di lato, oppure era scomparso (una 'disfunzione'?). Il regno del sacro? E' così che si ha la meglio sulla morte e si conferisce la vita eterna? Trasformando il tempo nello spazio? E attraverso lo spazio ci si può muovere in ogni direzione. Così se si lascia il mondo terreno e si entra nel sacro (dal regno inferiore al quello superiore?) forse questo è ciò che si nota: il tempo (qualunque cosa possa essere) che si trasforma nello spazio... vaste dimensioni, come con il vuoto di cui ho avuto esperienza: puro, totale spazio.

[Philip K. Dick, L'Esegesi. 2-3-74, 22:82, 2011] 



martedì 14 luglio 2020

La sephirah nascosta

Il sefer Yetzirà, il più antico testo di Cabalà, nel capitolo primo, afferma in modo perentorio:

“Dieci è il numero delle Sefirot ineffabili, dieci e non nove, dieci e non undici. Intendi con sapienza, e sii saggio con intelligenza, investiga questi numeri, e trai da loro conoscenza, il disegno è fisso nella sua purezza, e riporta il Creatore nel Suo luogo.”

L’affermazione sul numero totale delle Sefirot non sembrerebbe lasciare alcun spazio ad interpretazioni differenti. Tuttavia, nello studiare le Sefirot e l’Albero della Vita , emerge chiaramente che ve ne sono undici, in quanto, alle dieci tradizionali, se ne aggiunge una chiamata Da’at, la conoscenza.

Ecco la loro lista completa:
Keter = Corona
Chokhmà = Sapienza
Binà = Intelligenza
Da'at = Conoscenza unificante Chesed = Amore
Ghevurà = Forza
Tiferet = Bellezza
Netzach = Eternità o Vittoria Hod = Splendore
Yesod = Fondamento
Malkhut = Regno o Sovranità

Si noterà come, ad eccezione di Keter e di Malkhut, le altre nove Sefirot formano tre triadi, dai significati correlati e reciprocamente interdipendenti. Sapienza, Intelligenza e Conoscenza, sono tutte attività dell’intelletto. Ciò è parte delle prove del come Da’at sia parte integrante dell’Albero. Amore, Forza e Bellezza (Compassione) sono tutte facoltà del sentimento superiore.

Per la triade inferiore il legame è meno evidente, ma lo diventa se si riflette sul fatto che Netzach rappresenta la fissità degli intenti e scopi della personalità, Hod è il muoversi dinamico, oscillando tra cambiamenti imprevisti, mentre Yesod è un cercare di mantenere un tracciato costante (almeno di principio) tra la cocciuta determinazione di Netzach e il disordinato mutamento di opinioni di Hod.

Un disegno dell’Albero, pubblicato su di una edizione del Sefer Yetzirà del 1884, pur non menzionando i nomi delle Sefirot, mostra i Sentieri (i canali che le uniscono) messi in modo tale da definire chiaramente la presenza di una undicesima entità, che abbiamo evidenziato nel disegno con un cerchio tratteggiato. La definizione avviene in virtù delle lettere che distinguono ogni sentiero. Da’at si trova all’incrocio tra le lettere Zain – Cheit – Tet – Yod.



lunedì 13 luglio 2020

Macrocosmo e microcosmo


I pazzi (secondo la definizione psicologica, non legale) non sono in contatto con la realtà. Horselover Fat è pazzo; perciò non è in contatto con la realtà. Annotazione n. 30 della sua esegesi:

30. Il mondo fenomenico non esiste; è un'ipòstasi dell'informazione elaborata dalla Mente.

35. La Mente non parla a noi, ma per mezzo di noi. La sua parola ci attraversa e il suo dolore ci infonde irrazionalità. Come Platone aveva intuito, vi è una vena di irrazionalità nell'Anima del Mondo.


In altre parole, l'universo stesso (e la Mente dietro di esso) è pazzo. Perciò qualcuno in contatto con la realtà è per definizione in contatto con la pazzia: infuso di irrazionale.

In essenza, Fat scrutò la sua mente e la trovò difettosa. In seguito, usando quella stessa mente, scrutò la realtà esterna, ciò che viene chiamato macrocosmo. La trovò altrettanto difettosa. Come postulavano i filosofi ermetici, il macrocosmo e il microcosmo si riflettono fedelmente. Fat, usando uno strumento difettoso, indagò su un oggetto difettoso, e dalla sua indagine ricavò la conclusione che tutto era sbagliato.
[Philip K. Dick, Valis, 2, 1981]

sabato 11 luglio 2020

L'albero della conoscenza

Quando al Santo, che benedetto egli sia, venne il pensiero di creare il mondo, in quell'unico pensiero furono presenti tutti i mondi ed in esso vennero creati, secondo quanto è scritto: "Li hai fatti tutti con sapienza". Con quel pensiero che è la sapienza, sono sta ti creati tanto questo mondo che il mondo superiore.
Egli distese la sua destra e creò il mondo superiore, distese la sinistra e creò questo mondo, secondo quanto è scritto: "La mia mano ha fondato la terra e la mia destra ha disteso il cielo, io li chiamo ed essi si alzano assieme".
Tutti furono creati in un solo momento ed in un solo attimo. Dio fece questo mondo in corrispondenza con il mondo superiore: ciò che esiste in alto è il modello di ciò che esiste in basso, e tutto ciò che esiste in basso è il modello di ciò che esiste nel mare. E tutto è uno.

[Zohar, La creazione, Midrash ha-Neelam, II - 20a]

Considera dunque. Il Santo, che benedetto egli sia, produsse dieci corone, diademi sacri, in alto, con le quali egli si incorona e si riveste. Egli è in esse ed esse sono in lui; come la fiamma è legata al tizzone, così là non esiste separazione. 
In corrispondenza di queste esistono però altre dieci corone, che non sono sacre, e si trovano in basso. Esse sono legate alla "sporcizia dell'unghia" di una santa corona, che è chiamata sapienza; perciò anch'esse sono chiamate sapienza. 
Si insegna inoltre che questi dieci tipi di sapienza discesero nel mondo e furono tutti assimilati all'Egitto, all'infuori di uno che si diffuse in tutto il mondo. Queste sapienze sono specie di stregonerie ed è perciò che gli egiziani furono esperti di stregonerie più del resto degli abitanti del mondo.

[Zohar, Il male, III - 70a]

venerdì 10 luglio 2020

Il Leone e l'Unicorno

Arazzo - Palazzo Borromeo, Isolabella, lago Maggiore
Poi, dagli alberi in fondo alla radura, sopraggiunse un tremendo fragore e un grido acuto. La radura fu improvvisamente invasa da un cavallo bianco con i fianchi squarciati e sanguinanti. L'animale partì alla carica puntando verso il centro della radura, ma poi si voltò, abbassò la testa e affrontò il suo inseguitore, che era balzato nello stesso spazio con un ringhio spaventoso.
Era un leone, che non assomigliava per niente a quello rognoso, sdentato e catarroso che Tristran aveva visto alla fiera del villaggio vicino. Questo era enorme e aveva il colore che assume la sabbia sul finir del giorno. Il leone entrò lesto nella radura, si fermò e ruggì al cavallo bianco.

Il cavallo sembrava terrorizzato. La sua criniera era un groviglio di sangue e sudore, gli occhi erano indemoniati. Tristran vide anche che aveva un lungo corno d'avorio in mezzo alla fronte. L'animale si impennò sulle zampe posteriori, nitrendo e sbuffando, e con uno zoccolo non ferrato colpì la spalla del leone che, cadendo all'indietro, urlò come un grosso gatto che si è scottato con l'acqua bollente. Quindi, mantenendo le distanze, il leone si mise a girare in cerchio intorno al prudente unicorno, senza mai distogliere i suoi occhi gialli dal corno affilato che lo puntava.

— Fermali! — sussurrò la stella. — Altrimenti si uccideranno.

Il leone ruggì all'unicorno. Un ruggito che cominciò piano, come un tuono distante, per culminare in un boato che fece vibrare gli alberi e le rocce della valle e il cielo. Dopodiché il leone spiccò un salto, l'unicorno si slanciò in avanti e la radura si riempì d'oro e d'argento e di rosso. Il leone era sulla groppa dell'unicorno, con gli artigli che gli laceravano i fianchi e la bocca affondata nel collo, mentre l'unicorno gemeva, si impennava, si gettava sul dorso nel tentativo di disarcionare quell'enorme felino, e agitava convulsamente e vanamente gli zoccoli e il corno per colpire il suo torturatore.

— Ti prego, fa' qualcosa. Il leone lo sta uccidendo — implorò incalzante la ragazza.

Tristran le avrebbe spiegato volentieri che, se si fosse avvicinato a quelle due bestie infuriate, poteva solo aspettarsi di rimanere infilzato, dilaniato e divorato; e le avrebbe anche spiegato che, se fosse per caso sopravvissuto, non avrebbe comunque potuto fare nulla, visto che era sprovvisto anche del classico secchio d'acqua con cui a Wall tradizionalmente si separavano gli animali in lite fra loro. Ma ancor prima di aprire bocca Tristran si trovò al centro della radura, a un braccio di distanza dalle bestie. L'odore del leone era penetrante, selvatico, terrificante, e Tristran era abbastanza vicino per vedere l'espressione supplichevole che l'unicorno aveva negli occhi neri...

Il leone e l'unicorno lottavano per la corona, pensò Tristran, ricordandosi della vecchia filastrocca.

L'Unicorno batte il Leone per la città.
Lo batte una volta
Lo batte due volte
Tutte le forze mette in uso 

Lo batte tre volte
E il potere rimane suo.


[inversione da: Neil Gaiman, Stardust, 1999]

domenica 5 luglio 2020

Io sono la vita

Anna Netrebko, 2017
"Vivi ancora
Io son la vita
Ne' miei occhi e il tuo cielo
Tu non sei sola
Le lacrime tue io le raccolgo
Io sto sul mio cammino e ti sorreggo
Sorridi e spera! Io son l'amore!
Tutto intorno è sangue e fango
Io son divino! Io son l'oblio!
Io sono il dio che sovra il mondo
Scendo da l'empireo, fa della terra
Un ciel! Ah!
Io son l'amore, io son l'amor, l'amor"




[Andrea Chénier, opera lirica di Umberto Giordano, versi di Luigi Illica, 1896]

Lo storico flagello della depravazione umana.

Il vecchio Adolf, che si vocifera sia in manicomio chissà dove, a consumare i suoi giorni nella paresi senile. Sifilide del cervello, che risale ai tempi in cui era un povero barbone, in quel di Vienna... giaccone nero, biancheria sporca, pensioncine d'infimo ordine.
Ovviamente, era l'ironica vendetta di Dio, uscita da qualche film muto. Quell'uomo orrendo abbattuto da una sozzura ulteriore, lo storico flagello della depravazione umana.
E l'aspetto più terribile era che l'attuale Impero Tedesco era un prodotto di quel cervello. Dapprima un partito politico, poi una nazione, poi la metà del mondo. Ed erano stati gli stessi nazisti a diagnosticarlo, a identificarlo; quel ciarlatano di medico erborista che aveva curato Hitler, quel dottor Morell che aveva somministrato a Hitler un farmaco appena brevettato chiamato le Pillole Antigas del Dottor Koester... in origine era uno specialista in malattie veneree. Lo sapevano tutti, eppure il bla-bla del Capo era ancora sacro, era ancora come la Bibbia. Quelle idee avevano contagiato ormai un'intera civiltà e, come spore maligne, i ciechi, biondi finocchi nazisti stavano sciamando dalla Terra verso gli altri pianeti, spargendo il contagio.
Ecco ciò che si ricava dall'incesto: follia, cecità, morte.

[Philip K. Dick, La svastica sul sole, 1962]

Eppure, a partire da questo marzo, con l'improvviso bombardamento di quadri astratti, forse ho di nuovo recuperato il contatto con l'autentico futuro; per esempio, quello a cui sto lavorando adesso è il seguito di La svastica sul sole, finalmente... erano decidi anni che volevo farlo, ma non avevo mai avuto tra le mani un'idea abbastanza buona. Basandomi sulle mie esperienze del marzo di quest'anno, credo di aver finalmente trovato un'idea sufficientemente buona, e cis to dentro fino al collo. Sento che la forza creativa esterna di cui ho parlato in questa lettera, quale ne sia la sua fonte, quale ne sia la sua natura, mi ha ispirato come non mi era mai capitato prima.

[Philip K. Dick, Lettera a Peter Fitting, 28 giugno 1974]

sabato 4 luglio 2020

I fabbri delle Norne

Cadendo, e andando alla deriva per un tempo che sembra interminabile, giungono infine a una tenda simile a un bozzolo grigio, che ondeggia, sopra/sotto/davanti a loro.
[...]
Il bozzolo si agita, e su di esso si delinea un’apertura.
[...]
Brotz, Purtz e Dulp siedono all’interno, e fanno qualcosa che sarebbe disgustoso e incomprensibile per gli esseri umani, ma che è normale e semplice per loro, visto che non sono partecipi della natura umana e posseggono dei valori differenti.
«Salute, Fabbri delle Norne, sono venuto a prendere ciò che vi avevo ordinato molto tempo fa.»
«Te l’avevo detto che sarebbe venuto!», grida una delle creature simili a fagotti grigiastri, scuotendo le lunghe orecchie.
«Devo ammettere che avevi ragione», risponde un’altra.«Sì.
Dov’è quel punteruolo? Dovrei usarlo ancora, prima di...» «Sciocchezze, è a posto.»
[...]
«Molto bene!»
«... E il pagamento?»«Li ho qui con me.» Così dicendo, estrae uno scrigno nero da sotto il mantello e lo sospende nell’aria davanti a sé. «Chi di voi vuol essere il primo?» «Lui.»
«No, lei.»
«No, esso.»
«Dal momento che non vi decidete, sceglierò io per voi.»
[...]
«Che cosa accade?».
[...]
«I Fabbri delle Norne non hanno gli occhi», spiega il Principe, «e vorrebbero riacquistare la vista.
Ho portato con me tre paia di occhi e adesso glieli trapianterò.» «Ma questo richiede un adattamento delle fibre neurali.»«È già stato fatto.»
«Da chi?»
«Da me, l’ultima volta che ho dato loro degli occhi.»«E che ne è successo di quelli?» «Oh, durano poco. Dopo un po’ i loro corpi li rigettano.»
[...]
Quando tutto è finito, le creature hanno la faccia completamente avvolta da bende, che non dovranno togliersi per un po’ di tempo. Si lamentano e gemono. Il Principe si pulisce le mani.
«Grazie, Principe Che Eri Un Chirurgo», mormora una delle creature.«... per quello che ci hai fatto.»
«... per quello che ci hai dato.»«Vi saluto, miei buoni Fabbri delle Norne.» «Oh, non è niente.»
[...]
«Devo andare, ora.»
«Arrivederci.»
«Addio.»
«Adieu.»
«Buena vista, amici miei.»

[Roger Zelazny, Creature della Luce e delle Tenebre, 1969]

Il racconto del principe di Azkaban

Ognuno ha i suoi demoni e con quelli bisogna fare i conti. Nei giorni immediatamente successivi agli eventi che hanno portato alla separazio...