Due figli aveva Tinwelint allora, Dairon e Tinúviel, e Tinúviel era una fanciulla e la più leggiadra fra tutte le fanciulle degli Elfi nascosti; e invero poche sono state di lei più belle, poiché sua madre era una fata, figlia degli Dèi; e Dairon era allora un ragazzo forte e allegro e amava, sopra ogni cosa, suonare uno zufolo di canne, oppure altri strumenti fatti col legno dei boschi; e ora è ricordato fra i tre più magici suonatori degli Elfi, e gli altri sono Tinfang Trillo e Ivárë, il quale suona sulla sponda del mare. Tinúviel traeva invece più gioia dalla danza e nessun nome le è alla pari quanto alla bellezza e leggiadria dei suoi piedi scintillanti. Dairon e Tinúviel trovavano diletto nel vagare lontano dal cavernoso palazzo di Tinwelint, il padre loro, e nel trascorrere molto tempo tra gli alberi. Là, Dairon sedeva spesso su un ciuffo d’erba o sulla radice di un albero e suonava, mentre Tinúviel danzava a quella musica; e, quando danzava alla musica di Dairon, ella era più flessuosa di Gwendeling, più magica di Tinfang Trillo sotto la luna, ed era impossibile vedere movimenti più aggraziati dei suoi, se non, forse, nei giardini di rose di Valinor, là dove Nessa danza su prati il cui verde mai sbiadisce.
[...]
Ora, il luogo che più essi amavano era un posto ombroso, ove crescevano olmi, e anche faggi, che non erano però molto alti, e v’erano anche dei castagni con bianchi fiori; ma il terreno era umido e, sotto gli alberi, cresceva un grande e fosco intrico di piante di cicuta. In un giorno di giugno, essi stavano là giocando e le bianche ombrelle delle piante di cicuta erano come una nuvola che circondava i tronchi degli alberi e Tinúviel danzò sinché la sera si fece poco a poco tarda e per l’aria volavano molte falene bianche. [...]
Non ho mai appreso di come Beren fosse giunto là da oltre le colline; ma egli era più coraggioso di quasi tutti gli altri, come sentirete, e forse fu soltanto il suo amore per i vagabondaggi che lo spinse attraverso i terrori dei Monti di Ferro, sino a che raggiunse la Terra Al Di Là.
[...]
Ora, Beren era uno Gnomo, il figlio di Egnor, un abitante della foresta che cacciava nei luoghi più oscuri della parte settentrionale di Hisilómë. [...] ma ora egli scorse Tinúviel danzare nel crepuscolo e Tinúviel indossava un abito argenteo come perle e i suoi bianchi piedi scalzi rilucevano tra gli steli della cicuta.
E in quel momento Beren non si curò se ella fosse una Vala o una della razza degli Elfi o una figlia degli Uomini e avanzò strisciando per vedere meglio; e si poggiò a un giovane olmo che cresceva su un rialzo del terreno, sì da poter osservare la piccola radura dove ella danzava; e, per l’incantata meraviglia che provava, si sentì mancare. Tanto snella ella era e tanto leggiadra che, alfine, senza curarsi delle conseguenze, egli si ritrovò in piedi, in piena vista, per meglio osservarla, e, proprio in quel momento, la luna piena si mostrò luminosa tra i rami e Dairon scorse il viso di Beren. Egli si rese subito conto che questi non faceva parte del suo popolo e, poiché tutti gli Elfi delle foreste pensavano che gli Gnomi di Dor-lómin fossero creature infide, crudeli ed empie, Dairon lasciò cadere lo strumento e, urlando: “Fuggi, Tinúviel, fuggi! C’è un nemico che cammina per i boschi!”, si mise a correre veloce attraverso gli alberi. Tinúviel, però, stupita, e non capendo subito le sue parole, sul momento non lo seguì e, sapendo che non era in grado di correre o saltare con la medesima agilità del fratello, scivolò rapida fra le bianche piante di cicuta e si nascose sotto un fiore molto alto, ricco di ampie foglie; e là, ella, col suo abito bianco, apparve come una macchia lunare che balugini sulle foglie che sono sparse sul terreno.
Allora Beren si sentì triste, poiché era solo e addolorato per la loro paura, e si mise a cercare Tinúviel ovunque, pensando che non fosse fuggita. Così, all’improvviso, egli posò la mano sul sottile braccio di lei, sotto le foglie, e, con un grido, ella si allontanò da lui con un balzo e corse rapida, più rapida che poté, in quella luce opaca, muovendosi veloce e flessuosa come solo gli Eldar possono fare, sotto i raggi della luna e tra i tronchi degli alberi e gli steli delle piante di cicuta. Aver toccato il suo morbido braccio rese Beren ancora più ansioso di trovarla ed egli la seguì con tutta rapidità, ma non fu rapido abbastanza ed ella, alla fine, gli sfuggì e raggiunse la dimora di suo padre, spaventata; e per molti giorni non danzò più da sola nei boschi.”
[J. R. R. Tolkien. da "Il racconto di Tinúviel" in Beren e Lúthien, Giunti/Bompiani, 2017].
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